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Fireworks at Polaroid

Nome più azzeccato i Fireworks non potevano sceglierlo. Con quel suono esplosivo e dirompente, forse non vanno tanto per il sottile ma sanno garantire divertimento dalla prima all’ultima nota. Il loro album di debutto, finalmente arrivato dopo un paio di singolisempre su Shelflife, rincara la dose e si intitola Switch Me On: grazie ragazzi, ne avevo davvero bisogno. Guitar pop veloce e senza fronzoli, con quel pizzico di arroganza di cui nell’indiepop a volte si avverte il bisogno, e pieno di melodie terse e super pop. L’idea resta la stessa: prendere quel suono fragoroso che deriva dai Buzzcocks, filtra successivamente nei vari Razorcuts, Girls At Our Best!, Flatmates, Wedding Present e Popguns (non a caso, qui alla batteria troviamo Shaun Charman, che ha militato proprio in queste ultime due formazioni) e renderlo attuale, magari addolcendolo grazie alla voce di Emma Hall dei Pocketbooks. A lei tocca il compito di cantare una buona metà dei pezzi, tra cui i migliori della corposa scaletta, Tightrope e Runaround, e io la trovo perfettamente in parte. Quando prende il suo posto Matthew Rimell dei Big Pink Cake i Fireworks sono capaci di tirare fuori un carattere più aggressivo e più amaro, come in Which Way To Gooppure Back To You. Insomma, Switch Me On è un album di indiepop che a prima vista non cambierà la storia della musica, nemmeno di questo piccolo e trascurato genere, ma che è capace di non annoiare mai e di arrivare dritto al punto come pochi altri.

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Lunchbox at Polaroid

Il nome dei Lunchbox non lo sentivo da un pezzo. Mi richiama alla memoria un periodo a cavallo tra i Novanta e i Duemila in cui cominciavo a cercare indiepop in Rete, e scoprivo per caso i primi mp3 legali su Epitonic o la prima versione di Emusic. Era un’epoca pre-Pitchfork, di NME già ci si fidava poco e il criterio di votazione di Indiepages era l’unico che contava. I Lunchbox uscivano su etichette fighissime come la Magic Marker e la 555 Recordings dei Boyracer, quindi erano ok. Non sapevo niente di loro, però da quel che ricordo mi piaceva quel suono orientato a certi Sixties tipo Stereolab un po’ più ruvidi e sbrigativi.
Intanto la band di Berkeley, California, si riduceva sostanzialmente a un progetto dei soli Tim Brown e Donna McKean, ma ammetto di essermi perso nel frattempo il loro periodo come Birds Of California. Quando mi è arrivato questo nuovo Lunchbox Loves You, che segna il ritorno alla denominazione originaria, ho provato una sincera fitta di nostalgia. Quanto sembra ingenuo oggi quel periodo di mezzo, in cui di certo altri puristi delle fanzine per posta e delle religiose collezioni di sette pollici già si lamentavano della decadenza dei tempi.
Ma è bastato far partire la prima traccia, l’appiccicosissimaEverybody Knows, per levarsi dalla testa pensieri tanto noiosi. Qui c’è una sera di festa da American Graffiti, la radio della Cadillac non smette di suonare i Beach Boys, il jukebox scintilla, al ballo di fine anno l’intera orchestra di archi e fiati è in smoking, le ragazze battono le mani e i ragazzi si mettono in ginocchio per dichiarare il proprio amore. I Lunchbox mescolano melodie e rumore al punto giusto, sovrapponendo strati di chitarre acustiche ed elettriche, aggiungendo qualche tastiera retrò (è una specie di clavicordo quello che sento inWill You Be True?), e lasciando quel tocco Elephant 6 che pareggia il pieno d’estate, sorrisi e arcobaleni. Tom What’s Wrong? e Die Tryingsono in assoluto tra le cose migliori di sempre a firma Lunchbox. Grazie Jigsaw per averli riportati al presente. Un amore totalmente corrisposto.

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